giovedì 13 dicembre 2012

Lumezzane, la città-officina sempre in cerca di capannoni

Se alla città-officina sta stretto il mondo, figuriamoci la provincia di Brescia. A Lumezzane – incastonata nella Valle del Gobbia, un'impresa ogni 12 abitanti, neonati compresi – la terra non basta più.
La sindrome dello spazio insegue questo comune che Alfredo Pasotti, consulente d'azienda e storico dell'area, definisce «una macchina del moto perpetuo imprenditoriale».
Tutti gli spazi fisicamente occupabili di questa valle sono stati via via erosi nei secoli da capannoni, fabbriche e case che, subito dopo la guerra, hanno cercato e trovato un naturale sfogo nella Val Trompia e verso la Val Sabbia e da qui, inevitabilmente, fuori dai confini lombardi e nazionali.
A lavorare la filiera del metallo nei comuni delle valli bresciane – dalla forgiatura alla tornitura, dalla cromatura alla stampa, dai casalinghi alla rubinetteria – sono almeno duemila imprese, di cui ben oltre la metà risiede a Lumezzane o ne costituisce una "protesi" forzata. «Dal dopoguerra centinaia e centinaia di aziende sono emigrate da qui per mancanza di spazio», conferma Silverio Vivenzi, sindaco del Comune che il 3 ottobre ha ricevuto dalle mani del prefetto di Brescia, Narcisa Brassesco Pace, il titolo di "città". L'Associazione industriale di Brescia (Aib) ha calcolato che un cittadino su quattro di Lumezzane gravita direttamente o indirettamente intorno al distretto del metallo le cui 90 principali imprese, nel 2011, sono arrivate quasi a toccare i livelli record di fatturato del 2007.

Visitare questa città-officina è un'esperienza che riporta indietro nel tempo, quando l'Italia post bellica era un vulcano di idee. Fai su e giù per le strade e a destra, sinistra, sopra e sotto, non fai che vedere per chilometri e chilometri quadrati capannoni e fabbriche, fabbriche e capannoni magari a un passo dalla parrocchia o che formano un corpo unico con l'abitazione. Qui, del resto, la città-officina è nata perché, prima, c'era la casa-officina.
Su 1.987 imprese registrate alla Camera di commercio che danno occupazione a 9.143 addetti, secondo le elaborazioni del Centro studi dell'Aib, almeno 690 sono inquadrabili nel settore manifatturiero, con 6.295 addetti. Alcune sono diventati colossi mondiali come Trafilerie Carlo Gnutti spa e Gnutti Carlo spa (il cognome, lo avrete capito, qui è come dire Rossi o Bianchi).

Di queste imprese – vanto e gloria della metallurgia italiana – 447 sono artigianali ed è anche grazie a loro se in questi decenni chi è rimasto senza lavoro è stato riassorbito ed è dunque facile, per il sindaco-imprenditore (nei casalinghi) Vivenzi, dire che «la disoccupazione qui è fisiologica». Un modo elegante per dire che non lavora solo chi non vuole faticare, in una zona che ha assorbito da almeno 35 anni immigrazione extraeuropea (soprattutto pachistani) senza particolari tensioni sociali. di Il sole 24 ore

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